I vestiti nuovi della mamma

C'era una volta...”Un Re!” Diranno subito i miei lettori (per citare Collodi).

No, oggi vorrei parlarvi di armadi e di vestiti, non belli come quelli nuovi dell'imperatore, che i sudditi timorosi di contraddire il sovrano, assai poco vestito, osannavano a più non posso, ma abiti belli davvero. Belli perché ci aiutano a sentirci bene.

Ma cominciamo dall'armadio, quello che, con l'arrivo del caldo, diventa l'attività del nostro week-end. Abbiamo rimandato, abbiamo aspettato perché c'era sempre qualcosa di più importante da fare (o di più divertente), ma ora è proprio arrivato il suo momento. Il cambio di stagione.

Così porti a lavare i golf di lana (quelli che avevi aspettato un po' perché magari la giornata un po' fredda capita ancora), archivi i jeans che sono tanto belli, che sei così fiera di essere riuscita a rimetterli proprio settimana scorsa (dopo mesi e mesi di vani tentativi di allacciarli), ma ora ad indossarli con questo caldo proprio non ce la puoi fare. Meglio sarà riscoprire i pantaloni di lino o di cotone leggero.

Chiudi con un ultimo sguardo la scatola dei collant e la sposti su un ripiano più alto. E poi dedichi le ore successive a scoprire quali tesori dimenticati l'amico armadio nasconde e, se hai avuto un bimbo di recente o se stai allattando, a scoprire cosa fa ancora per te e cosa lo specchio dice di no.

E con quali vestiti puoi soddisfare i desideri del tuo cucciolo di poppare a richiesta e con quali no. Praticità. E comune senso del pudore.

Sono Lara, mamma di Fiore, 13 mesi e mezzo.

A me è toccato il week-end scorso. Il cambio di stagione. E' stato un vero lavoro.

Credo di aver provato il mio intero guardaroba estivo (ovviamente anche Fiore provava, infilando diligentemente tutto quello che capitava a tiro della sua manina e sconvolgendo le pile di magliette..). Credo di averne salvato a malapena un quarto. D'altra parte non c'è altro modo di sapere se i vestiti vanno ancora bene, se non provare. E infondo meglio fare certe scoperte in una calda tranquilla domenica milanese, che al mattino quando sei già di fretta e devi vestire non solo te stessa, ma anche la tua piccina (quando non ha già provveduto lei!)

E si sa come vanno a volte certe mattine. Imprevedibili.

Così ho sistematicamente passato in rassegna tutto.

Pantaloni per primi. Grande soddisfazione: quest'anno posso archiviare le tute e tornate ai miei vecchi pantaloni di cotone. Le tute. Leggere, morbide o da stringere con un coulisse sotto la pancia. Ne avevo fatto incetta tra Decathlon e mercato di via Fauché l'anno che ero in attesa di Fiore.

Avevo passato l'inverno tra pantacollant e vestitini di maglia o di viscosa un po' stile impero, ma a marzo era arrivato il caldo e in quegli ultimi due mesi prima della sua nascita non ero più riuscita ad indossare altro che tute. Un po' una tristezza, ma all'epoca non conoscevo ancora le alternative.

Una mia cara amica a dire il vero mi aveva prestato quella fascia elastica (parlo della Bella Band) che ti consente di usare i tuoi normali pantaloni (o gonne) anche con il pancione, proprio perché si indossa sopra la cerniera (slacciata, ovviamente) sia per nasconderla, sia con la funzione di cintura del pantalone, che così non cade anche se aperto.

Lei era stata fortunata, l'aveva usata tanto. Io, niente. Qualunque spessore o cucitura (figuriamoci una cerniera o un bottone) che mi toccasse la pancia, mi procurava un senso di fastidio, se non di vero dolore. Quindi tute di tutti i colori.

Pantaloni pre-maman ne avevo provati, accompagnata a fare shopping dalle amiche.

Immettibili: sembravo una poverella dell'orfanatrofio. Sì la pancia ci stava anche abbastanza comoda, ma nelle gambe ci stavo due volte:inutilmente larghi.

E corti. Terribilmente corti. Sì è vero, io sono alta, ma normalmente riesco a comprare pantaloni come tutta la popolazione media italiana. E' vero non faccio mai fare un orlo, ma vanno bene così. Allora qual'è il mistero? Forse alle donne in attesa raddoppiano i polpacci e si accorciano le gambe?

Sono d'accordo che scorte di grasso noi mamme ne mettiamo su. Credo sia il meccanismo perfetto previsto come sempre da madre natura per consentirci di far fronte a tutti i bisogni primari di cui necessiterà il nostro piccino una volta nato. Il suo nutrimento.

Io in gravidanza sono aumentata di 17 kg. Ma non sono ingrassata di spalle, né nelle braccia, un poco sul seno. E non mi si sono accorciate le gambe.

E' quello che dico alle mie clienti quando mi chiedono un vestito o una maglia. Qui da noi in negozio puoi comprare un capo che è ancora della tua taglia.

La tua taglia. Con la pancia. Elementare, no?

Ma io all'epoca ancora non avevo incontrato Milk Bar.

Per fortuna l'ho scoperto alla nascita di Fiore. Fortuna anche perché se con il pancione comunque ero riuscita a trovare un abbigliamento che facesse al mio caso aggiungendo solo qualche pantalone comodo al mio vecchio guardaroba, non ho potuto fare lo stesso dopo, per l'allattamento.

Dei reggiseni ho già raccontato, ma non è solo quello.

Io allatto ancora con notevole frequenza e Fiore non rinuncia alla sua tetta solo perché siamo in giro, magari al supermercato, in metropolitana, in negozio, al parco, in chiesa l'altra sera alle prove di un concerto.

E valle a spiegare che mamma si sente un filino a disagio se non ha la sua maglietta da allattamento! Lei ormai si serve da sola e con pochi compromessi!

Quindi domenica davanti al mio armadio, il panorama era abbastanza desolante. Cari abitini tutti tristemente archiviati (a parte quelli Boob collection). Non se ne è salvato uno: sollevarli dalla gonna per dare la tetta alla mia bimba non è proprio il caso, e non sono neanche abbastanza scollati per aprirli da sopra se proprio volessi.

Stesso discorso per le magliette, a meno di non voler deformare lo scollo (e Fiore è capace di tutto quando fa self-service). Un intero cassetto di maglie completamente inservibile. Forse qualche canotta si salva. Le camicette invece, non ne ho molte, forse si salverebbero quanto a comodità perché basta slacciare qualche bottone, ma non mi si allacciano più! La mia coppa C ancora resiste, con mia grande gioia, ma poi non posso lamentarmi se non si chiudono i bottoni.

Per fortuna al Milk Bar sono di casa. E in questi giorni ho fatto incetta di vestiti, nello specifico 3 magliette senza maniche, un abito a fiori su fondo azzurro lungo fino ai piedi (bellissimo!), una camicia da notte nera, con taglio a sottoveste, che è troppo bella (e la uso come mini abito o maxi maglia con sotto i pantaloni) e qualche maglia a mezza manica!

Tutto rigorosamente da allattamento. Perché è vero che ormai ho allattato ovunque alla luce del sole, però, come diceva una mamma qui in negozio l'altro giorno, le magliette da allattamento “danno assuefazione”. Quando ne hai indossata una e di sei accorta di cosa voglia dire godere di quell'angolino di riservatezza anche se sei in mezzo alla gente, poi non riesci più a farne a meno!

Ovviamente nel mio shopping estivo non poteva mancare un reggiseno nuovo un po' più leggero, perché gli altri che ho sono preformati e mi tengono troppo caldo.

Vorrei spendere due parole per i costumi da bagno. Stavo leggendo l'altro giorno un capitolo molto interessante sul libro edito da La Leche League da titolo “Allatti ancora?”.

Si parlava di problemi al seno che possono intervenire anche dopo il primo anno di allattamento e nello specifico di rischio di infezioni. La temuta mastite.

Noi tutte mamme che allattiamo da un po' sappiamo che la miglior cura è la prevenzione: cercare di non far passare troppo tempo tra una poppata e l'altra, soprattutto se si comincia a sentire dolore (o in alternativa drenare il seno a mano o con un tiralatte).

Cercare di evitare il sovraffaticamento e la spossatezza.

E fare attenzione a quello che si indossa!

Viene il caldo, l'estate, le vacanze e ci può venire la tentazione di indossare di nuovo quel bikini grazioso che vestivamo prima di restare incinta, ora che siamo di nuovo toniche e abbastanza in forma.

“Eppure” scrive Norma Jane Bumgarner “dovresti trattare quel pezzo di sopra del bikini così come faresti con qualunque nuovo reggiseno, con sospetto. Se non ti calza perfettamente forse sarebbe meglio aspettare ancora prima di indossarlo”.

Io ho seguito il consiglio e ho provato anche i costumi. Risultato: con alcuni che, appena indossati, sembravano andarmi bene, dopo circa mezz'ora, a volte meno, avevo già delle parti del seno dure e dolenti, segnale di piccoli ingorghi. Non oso pensare dopo alcune ore.

Io di sicuro voglia di rischiare non ne ho e i costumi dubbi per quest'anno resteranno nel cassetto.

Se ne riparla l'anno prossimo!

P.S. I pantaloni pre-maman me li sono comprati poi, al Milk Bar, ma qualche mese fa e senza la pancia!

Mi fanno un lato B niente male. Stretti ma morbidi al punto giusto. Vita bassa.

La fascia elastica che servirebbe a sostenere il pancione, la uso risvoltata verso il basso, tipo cintura. Lunghi giusti. Da poter mettere anche con i tacchi.

E ovviamente...rossi!

Musica per le mie orecchie

Orfeo di Claudio Monteverdi. Prologo. Dopo gli squilli di trombe che annunciano l'inizio dell'opera e celebrano la ricchezza della corte del Duca di Mantova (anche allora si usavano i Jingle) è la Musica che si presenta. Lei che sa “far tranquillo ogni turbato core, Et hor di nobil ira, et hor d'Amore” può “infiammar le più gelate menti”.

Il fascino della musica. Il suo potere, che scatena le emozioni più diverse.

Ci travolge. Ci delizia. Ci rasserena.

Il potere del suo linguaggio. Sì, perchè la musica parla, con la sua lingua. E le sue sono parole che arrivano diritte e ci toccano nel profondo.

Sono Lara, mamma di Fiore, 13 mesi. Canto per la mia bimba da quando è nata, o meglio da quando era ancora dentro di me, nella pancia. E mi piaceva dire che la portavo ai concerti e che veniva con me sul palco a cantare le opere e a ricevere gli applausi insieme a tutti gli amici del coro. Faccio parte di un coro lirico, la Corale Lirica Ambrosiana ( che vanta un ricco repertorio di opere e che si esibisce regolarmente in diversi teatri della Lombardia e a volte anche più in là). Con loro ho passato dei bei momenti della mia gravidanza tra le prove settimanali, le opere, i concerti. Sono un po' gli zii di Fiore. Lei da dentro la pancia si muoveva sempre sugli stessi brani (sembra incredibile, ma è vero) e a volte si muoveva tanto da vedersi senza bisogno di mettere una mano sulla pancia per sentire. Ed era capace di dormire in pieno Stabat Mater di Rossini.

Io ho sempre interpretato i quei segnali come gradimento da parte sua. Ma si sa che noi mamme tendiamo a mettere nel bimbo che dorme nel nostro ventre tanto di quello che siamo in realtà noi.

Alla mia piccola Fiore ho cantato tanto (e lo faccio tuttora) cullandola tra le mie braccia o nella fascia. Lei non si è smentita, preferenze musicali già chiare: dopo aver “amato” nella pancia i canti di Verdi, per i primi mesi le sue ninne-nanne sono state della simpatiche marce!

Sono una persona fortunata. Ho sempre avuto la possibilità di vivere nella musica e questo sicuramente ha rafforzato certe mie attitudini già innate. Mia mamma, anche lei iniziata dalla famiglia allo studio del pianoforte e amante della musica, nei mesi della mia attesa si era dedicata molto all'ascolto della musica poiché aveva letto (cosa di cui ancora non si parlava molto negli anni '70) che il feto ha capacità di udire i suoni che provengono dall'esterno del corpo dela mamma e di riconoscerli una volta nato.

Vicino alla mia culla e poi al mio lettino, nella mia camera, ho sempre avuto un pianoforte, che la mamma suonava ogni tanto, la sera.

Sotto le gambe a ricciolo di quel pianoforte mi sono nascosta tante volte.

E non saprei dire se per quello o per altro ma la musica ha sempre fatto parte della mia vita in modo forte e assoluto.

L'estate che è iniziata la vita di Fiore avevo portato in regalo a suo padre una tromba per dare realtà a quello che diceva essere il suo sogno di sempre. Suonarla. Perchè penso che non sia mai troppo tardi per provare l'emozione di dedicarsi ad uno strumento. Senza nessuna pretesa di diventare Enrico Rava! Ma per il piacere di sperimentare suoni e linguaggi.

Così è arrivata Fiore, la mia piccolina e in me si è rifatto più forte il desiderio di trasmetterle delle cose a me care nel mondo. Qualcosa che va al di là dei geni e del DNA. Così ho ripreso in mano i libri del prof. Gordon, che abitavano da anni nella mia biblioteca, forse per il desiderio inconfessato di farne uso un giorno con un bimbo mio.

Edwin Gordon è lo studioso americano che per quasi 50 anni ha studiato e osservato le modalità di apprendimento musicale del bambino a partire dall'età neonatale.

La teoria dell'apprendimento musicale (Music Learning Theory) si fonda sul presupposto che la musica si possa apprendere secondo processi analoghi a quelli con cui si apprende il linguaggio verbale. Si può infatti parlare di linguaggio musicale che, alla stregua di quasiasi altro linguaggio, ha delle regole sue proprie.

Scriveva Maria Montessori “immaginate come sarebbe meraviglioso se noi fossimo capaci di mantenere la prodigiosa abilità del bambino il quale, mentre è intento a vivere gioiosamente , saltando e giocando,è capace di imparare una lingua con tutte le sue complicazioni grammaticali”.

La musica proprio come una lingua. E il concetto di “educazione indiretta”.

Sappiamo che nessuno “insegna” ai bambini a parlare, come non insegna a camminare o a mangiare. Sono competenze che i piccoli acquisiscono spontaneamente grazie ad un processo fatto di assorbimento e di liberi tentativi. Tutti i bambini, se non sono affetti da problematiche particolari, diventano adulti che parlano, camminano, mangiano.

Quante volte ho incontrato persone che, al sentire che io facevo musica, mi dicevano: “io proprio non potrei, sono negato, sono stonato”. E quante volte ho sentito dire da mia sorella (che è insegnante di pianoforte) che non ci sono persone stonate! Magari persone che non sono state abituate ad ascoltarsi nell'emissione dei suoni (che è diverso).

Gordon parla di potenzialità di apprendere la musica come di una dote innata. Noi tutti nasciamo con un certo livello di attitudine musicale, che è massima al momento della nascita e che può svilupparsi e restare “alta” solo in un ambiente in grado di fargli vivere esperienze musicali significative.

Il problema è che viviamo in un paese dove chi fa musica è ancora considerato un appartenente ad una elite, ad una specie rara, dove pochi hanno accesso ad un iter di studi musicali e dove il livello di insegnamento scolastico nella scuola dell'obbligo è drammaticamente basso (almeno rispetto al resto dei paesi d'Europa).

Un piccolo aneddoto: anni fa mia sorella era stata in Germania con il suo coro per una tourné di concerti. Tornata a casa mi aveva raccontato una cosa che l'aveva stupita più di altre: aveva partecipato ad una normale Messa domenicale e sui banchi della chiesa aveva trovato degli spartiti per coro a 4 voci. Leggendo quegli spartiti a prima vista l'assemblea dei fedeli aveva poi accompagnato la liturgia. Proprio con la stessa facilità e tranquillità con cui noi leggiamo le parole delle preghiere.

Sono sicura che là non sono tutti musicisti, ma sicuramente c'è una diversa consuetudine all'ascolto della musica, alla frequenza ai concerti, una diversa cultura ed educazione musicale.

Quello che suggeriscono i più recenti studi è di esporre il il bambino ad un percorso di apprendimento musicale fin da quando è molto piccolo, approfittando del momento in cui la sua capacità di apprendimento è al livello massimo.

E il percorso suggerito e studiato da Edwin Gordon non è quello degli studi canonici, che iniziano dalla scrittura musicale (il famoso solfeggio!). Sarebbe come voler insegnare ad un bambino a scrivere prima che abbia imparato a parlare.

Ad un picolo non si insegna a parlare, ma si comunica parlando con lui.

Un piccino, che è costantemente immerso nelle parole e che naturalmente, per sua natura, presta attenzione agli stimoli provenienti dall'ambiente esterno, comincerà ad un certo punto ad interagire. Prima con piccoli fonemi e risposte (che sono casuali, intenzionali e imitative) poi con parole e frasi complete.

Questo fa un insegnante AIGAM: non chiede al bambino di fare qualcosa, ma fa lui per il bambino. Canta per lui, si muove per lui, lo incoraggia nelle risposte musicali, lo guida attraverso l'imitazione accurata dei suoni che gli propone, per poi accompagnarlo attraverso l'assimilazione della sintassi musicale.

Naturale e fondamentale presupposto di tutto ciò è la ricchezza e la varietà di linguaggio (musicale) che un insegnante AIGAM è in grado di proporre. Non possiamo pretendere che un bimbo sviluppi una capacità di linguaggio musicale solo ascoltando musica per bambini (che spesso ha un solo tipo di tonalità -maggiore- e un ritmo binario). Se vogliamo che il nostro bimbo scopra e apprezzi il gusto del cibo di certo gli proporremo assaggi di varie pietanze e sapori. Non solo pasta al pomodoro.

Allo stesso modo non sarebbe sufficiente proporgli solo l'ascolto di brani di musica “colta” (classica e non) attraverso l'uso di cd. Infatti il nostro bimbo imparerà a parlare perchè NOI parliamo con lui, non certo perchè decidiamo di portarlo ad ascoltare una conferenza sulla lingua italiana!

Basta andare a seguire una lezione con un insegnante AIGAM per capire la differenza. Anche per chi non è esperto di musica è impossibile non cogliere la ricchezza di ritmi, tonalità e modi proposti. Durante la lezione i genitori sono presenti (almeno quando si parla di bambini sotto i 24 mesi) e sono invitati a partecipare. Cioè a “parlare” anche loro, ma sempre solo cantando, accompagnando queste musiche che non hanno parole (perchè la parola distrarrebbe l'attenzione del bambino), ma che sono fatte di suoni e vocalizzi.

E senza quasi sforzo ci si trova a far parte di un canto interpretando la seconda o la terza voce.

Lo stesso più o meno succede ai concerti. Genitori e bambini in centro alla sala. Seduti. Senza parlare, Come se fossimo tutti ad una prima alla Scala. Voci (delle insergnanti) e strumenti intorno, in un abbraccio sonoro.

Spesso succede che i bimbi si alzino e vadano verso la musica, o che restino fermi zitti ad ascoltare, o che scoppino in pianto per effetto dell'emozione. E vi assicuro che non succede solo ai bambini! Un'esperienza da provare.


Non so se la mia piccina da grande farà la musicista.

Spero amerà la musica almeno quanto la amo io.

Spero saprà dialogare con essa, gustarne il sapore.

E a volte lasciarsi ammaliare.

Come le fiere dalla lira di Orfeo.



Toglietemi tutto ma non il mio reggiseno!

Sexy sotto. Sexy dentro.

Una di quelle donne che ama tanto la sua collezione di libri e cd quanto ama quel piccolo (ma neanche tanto) cassetto dell'armadio dove dormono i suoi completini intimi in attesa di essere pescati ogni giorno, anche solo per finire sotto una t-shirt e un paio di jeans. 

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The belly is mine and so is the baby[it]La pancia è mia, il bambino pure (corsi di educazione civica)

I am Lara, mother of Fiore.

It was one thing I heard from my cousin when she was expecting her child: the widespread practice of people touching the belly of an expectant mother.

It seems to bring good luck. Like squeezing the balls of the bull in Galleria Vittorio Emanuele.

A few years ago the trend of shirts for the "bump" printed with funny (but endearing) phrases right on the belly arrived, "It's a boy!" (or "It's a girl!"), or " Baby on board "with the arrow indicating the bun in the oven. There were those indicating the month of arrival: "Coming in......." They seemed created just to provoke some rather indelicate "expert opinions" on the size and shape of the bump from the general public.

My cousin, who was not tempted by the "cute" t-shirts, lamented the excessive attention paid to her belly and would have more heartily championed the production of maternity clothes that read: "Do not touch", "The belly is MINE","Inside there is a sleeping child ",or "Do not disturb "and so on.

But it made me smile, even if the discomfort of my cousin in the crowd of passers by with out stretched hands shone strong and real.

Then came my turn.

I am tall and very thin (1.80m, 58 kg at the time) and after my breast size went up a cup within a month, immediately followed my belly. In September, when I gave the good news to the future father, I could no longer zip my old jeans and I remember that night I was afraid that if he would figure it out before I could tell him myself.

In the store where I worked I was not even in the third month and all my customers had noticed the "news".

It was nice to receive so much attention and expressions of affection, but, as unfortunately happens, the growth of my belly had begun to attract the attention of strangers across the street, most more concerned with touching my belly (women in particular) than giving up their seat on public transport for me (men in particular do not get up ever).

Then I really started to understand my cousin, I had such beautiful a pregnancy, without major problems, but my belly had become (and remained for all 9 months) very sensitive to the point that it just touching it caused pain.

Imagine how I felt about the outstretched hands coming in my direction before people had even said "hello, hi, excuse me, can I?". And the cry of "oh there's a baby!" The hand was already there.

Yes! There is MY child in there but there first there is MY body.

And it's really embarrassing to say "no, sorry, please do not touch me."

Because we moms should not even need to say no, to apologize or say to please.

To me it seems obvious.

It is ordinary civil behavior.

My sister says it is "the custom" and we must submit. For me it's a bad habit and it would be nice to change it a bit !

Look but do not touch, 
my grandmother always told me. Or at least ask for permission.

Forget about the comments of those who know a lot about the telltale shape of the bellies!

I spent almost 7 months saying that in my "pointy" belly a baby girl was sleeping ("pointiness" is one of the signs for us older mothers that clearly says: " XY").

And my little Fiore, in spite of my "low belly" (but of course that had nothing to do with my height and the volume distributed over my length) was not born either in January or in February or in March or April, but May 15th in my 41st week with induced labor.

I finished the period of being "the belly", and as I am  a mom always on the go I collided with another reality. It seems that when there is a child everyone feels it is their right and duty to have a say.

I do not know how many times I have been told by complete strangers that my baby was cold, that she was hot, she was crying because she was hungry, or because she was doing "capricci", that certainly I was spoiling her, that my milk is clearly not was enough for her (if she was crying it was because she was still hungry!) or that she was too big to still be breastfed and why at six months had I not started with cow's milk????

Then having to explain that at 6 months, babies do not magically transform into a calf and that the milk of their human mom is still great!

I then of course I always made things worse. I hid my little girl from the world by wearing her in a sling!

I think I could write a book on the comments that I have collected. Now I was a degenerate mother because I was "certainly suffocating my daughter", "Didn't I realize that the child was in danger of falling???" "Did I want her to die from the heat?" "I was spoiling her and if I started to console her now I would have to do it for the rest of her life!" (because what, at some point, I cease to be her mom?).

I have to admit every so often I received even a smile of tenderness, and some even asked to take a picture. But unfortunately most of the time there were (and still are) criticisms and comments not required.

One day a mother came into The Milk Bar still visibly upset because a passer-by, a total stranger, in the middle of the street had yanked aside the sling in which her baby was sleeping because they "had" to see it.

You are left speechless and sometimes do not even have time to react but surely feel wounded.

When you have a baby in your arms (or in a stroller) a little bit hidden from the world, someone always has to pull aside the "curtains" to view him or her, often without your consent and without worrying that perhaps the baby is asleep.

Then it seems that two arms are not sufficient to protect her from prying eyes or hands, she is not Baby Jesus! All the world does not have a right to come, see and touch!

I love my baby more than my own life, as any mother does. There is only one mother as there is only one father.

So every time I tell myself that maybe, instead of embroidering flowers to decorate my slings and our two baby carriers, I should create a beautiful sign stating "DO NOT TOUCH".

I'm afraid it would not help.

For now, to my great satisfaction I wear my red shirt (purchased at The Milk Bar) with the words FAST FOOD (just above my breasts), twinned with the Fiore's onesie that bears the inscription: FOOD NOW!

So we at least begin to send a message on the mother's milk!

Meanwhile, Fiore and I are beautiful!


[it]

Sono Lara, mamma di Fiore.

Era una cosa di cui avevo già sentito parlare da mia cugina quando era in attesa del suo bimbo: l'usanza diffusa di toccare il grembo gravido di una futura mamma.

Pare porti fortuna. Come schiacciare le palle del toro di Galleria Vittorio Emanuele.

Qualche anno fa' era già scoppiata anche in Italia la moda della magliette per le “pancione” con scritte buffe (eppure tenere) proprio all'altezza della pancia, tipo “è un bimbo” (o “è una bimba”), o “bebè a bordo” con freccia ad indicare il pupo in arrivo. Oppure ancora quelle con l'indicazione del mese previsto per l'evento: “arrivo a...”, giusto per scatenare un po' le considerazioni di “esperti” sull'altezza delle pance e le previsioni false quanto indelicate dei non-medici del settore.

Mia cugina, che non si era fatta tentare dalle simpatiche magliette, lamentava un'attenzione eccessiva rivolta alla sua pancia in crescita e voleva invece farsi promotrice della produzione di vestiti pre-maman con la scritta: “vietato toccare”, “la pancia è mia”, “dentro c'è un bimbo che dorme”, “non disturbare” e via di seguito.

Allora la cosa mi aveva fatto un po' sorridere, anche se il disagio della cuginetta tra la folla e le mani allungate dei passanti traspariva forte e reale.

Poi è venuto il mio turno.

Sono alta e magrissima (all'epoca 1,80 per 58 kg) e dopo il seno, aumentato di una coppa nel giro di un mese, subito ha cominciato a vedersi la pancia. A settembre, quando ho dato al futuro papà la lieta novella già non allacciavo più i miei vecchi jeans e ricordo che quella sera avevo paura che se ne accorgesse lui prima che potessi dirglielo io.

In negozio al lavoro non ero neanche al terzo mese e già tutte le mie clienti si erano accorte della novità.

Bello sì ricevere tante attenzioni e manifestazioni di affetto, ma, come purtroppo accade, la mia pancia in crescita ha cominciato ad attirare anche l'attenzione di sconosciuti incrociati per la strada, più preoccupati di toccare il mio pancione (le donne in particolare) che di lasciarmi il posto sui mezzi pubblici (gli uomini in particolare non si alzano mai).

Allora ho cominciato davvero a capire la cuginetta, anche perché ho avuto sì una bella gravidanza senza particolari complicazioni, ma la mia pancia è diventata ed è rimasta per tutti i 9 mesi molto sensibile al punto da farmi male spesso per il solo fatto di sfiorarla.

Figuriamoci le mani della gente che si allungava in quella direzione prima ancora di aver detto “ciao, buongiorno, scusi, posso?”. E al grido “ah c'è un bambino!!!” la mano era già scattata.

Sì di sicuro! C'è il MIO bambino e prima c'è il MIO corpo.

Ed è davvero imbarazzante dover dire “no, scusi, per favore non mi tocchi”.

Proprio perché tu mamma non dovresti neanche aver bisogno di dover dire no, né di scusarti, né di chiedere per favore.

A me sembra banale.

Banale educazione civica.

Mia sorella dice che è un'usanza e bisogna assoggettarsi. Per me è una cattiva abitudine e sarebbe bello cambiarla un po'!

Guardare e non toccare, mi diceva sempre la mia nonna. Oppure chiedere il permesso.

Per non parlare poi dei commenti di quelli che la sanno lunga sulla forma delle pance!

Io ho passato quasi 7 mesi a dire che dentro la mia pancia “a punta” dormiva una bimba (e che uno degli esami per noi mamme attempate diceva chiaramente XX).

E la mia piccola Fiore, a dispetto della mia pancia bassa (ma non sarà che io sono alta e il volume si distribuisce sulla lunghezza) non è nata né a gennaio, né a febbraio, nè a marzo, né ad aprile, ma il 15 maggio alla 41a settimana con travaglio indotto.

Finito il periodo della pancia io, mamma sempre in giro mi sono scontrata con un'altra realtà. Sembra cioè che quando c'è un bimbo tutti si sentano in diritto-dovere di dire la propria.

Così non so più neanche quante volte mi sono sentita dire da perfetti sconosciuti che la mia bambina aveva freddo, o aveva caldo, che piangeva perché aveva fame, o perché stava facendo i capricci, che certamente la stavo viziando, che il mio latte evidentemente non era abbastanza per lei (se poi piangeva perché aveva ancora fame!) o che era troppo grande per essere ancora allattata e perché mai dai 6 mesi non avevo cominciato con il latte di mucca.

Vai poi a spiegare che a 6 mesi i bambini non si trasformano magicamente in un vitelli e che quindi il latte della loro mamma umana va ancora benissimo!

Io poi di sicuro ho sempre peggiorato le cose. Nascondevo infatti al mondo la mia bambina infilandola dentro una fascia!

Credo potrei scrivere un libro sui commenti che ho raccolto. Ora ero madre degenere perché così di sicuro soffocavo mia figlia, ora non mi accorgevo che la bimba era in pericolo di cadere, ora volevo farla morire di caldo, ora la stavo viziando e se cominciavo ora a consolarla mi sarei trovata a farlo per tutta la vita (perché, ad un certo punto, non sarò più la sua mamma?).

Anche qualche sorriso di tenerezza, devo ammettere, e qualcuno che mi chiedeva se poteva farci una foto. Ma purtroppo il più delle volte erano (e sono tuttora) critiche e commenti non richiesti.

Un giorno è arrivata in negozio una mamma ancora visibilmente turbata perché un passante un perfetto sconosciuto l'aveva strattonata in mezzo alla strada e aveva spostato il lembo della fascia sotto cui dormiva il suo bimbo perché “doveva” vederlo.

Resti senza parole. E a volte senza neanche il tempo di reagire. Ma sicuramente ferita.

Quando hai un piccino in braccio (o in una carrozzina) un po' nascosto al mondo c'è sempre qualcuno che deve scostare le tende per vederlo, spesso senza il tuo consenso e senza preoccuparsi che magari stia dormendo.

Allora ti sembra che due braccia non bastino a proteggerlo da sguardi o mani indiscrete, neanche fosse un Gesù bambino che il mondo ha diritto di venire a guardare!

Amo il mio bimbo più della mia stessa vita, come ogni mamma.

E di mamma ce n'è una, come di papà.

Così ogni tanto mi dico che, forse, invece dei fiori che ricamo per decorare le fasce mie e di Fiore e i nostri due marsupi, dovrei disegnare una bella scritta “VIETATO TOCCARE”.

Temo non servirebbe.

Per ora è solo mia grande soddisfazione indossare la mia maglietta rossa (acquistata da noi in negozio, al Milk Bar) con la scritta FAST FOOD (proprio sopra il mio seno), maglietta gemellata con il body della mia piccola che porta invece la scritta FOOD NOW!

Così iniziamo a mandare un messaggio sul latte di mamma!

E intanto io e Fiore siamo bellissime!!!

A spasso per Milano: primavera in città

il primo giorno a spasso con Fiore nel nostro marsupio, ma nella posizione sulla schiena di mamma!

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La Leche League (ovvero sul come aumentare la produzione di latte)

Incontri di Mamme per Mamme a Roma e Milano 

A Roma, in inglese ed italiano due mercoledì al mese. A Milano, solo italiano un sabato al mese. La LLL è un'associazione internazionale di volontariato, apolitica, aconfessionale e non a scopo di lucro, il cui obiettivo è offrire informazioni, incoraggiamento e sostegno alle mamme che desiderano allattare.

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What does Baby wearing signify?[it]Cosa significa portare un bimbo?

My name is Lara, mother of Fiore, nearly 10 months old.

I bought my first sling when I was pregnant. Not sure why ... maybe Mother's instinct. I still remember my comical attempts laughing in front of the video with the wrap sling that was inevitably one "wrap" to short around my pregnant belly.

I brought the sling with me to the hospital because it was lightweight and occupied little space in my suitcase. Then I found that it gave me security, I seemed to understand my little girl, as if she were still in my belly.

At first I put my baby in the sling because she was crying and I could not think of another way to calm her down and hold her to me. Then I discovered again and again that she stopped crying in the sling.

I wore the sling because I wanted to have both hands free. Then I discovered that my baby girl loved to sleep in there.

I chose to wear my baby because I had to move around the city using public transportation. I soon discovered that the sling was just the best means of navigating the city with my daughter.

I wore the sling when I went to dinner with friends.  I discovered that Fiore could nurse comfortably and discreetly, without me having to get up even for a moment from the table.

I rocked my baby asleep in the sling, with a book in my hands for me. I discovered that this was an obvious way for me to meet both of our needs at the same time. The benefits of baby wearing have been proven scientifically,  kangaroo care is often used in hospitals as a therapy for premature infants.

Wrap slings, short slings, elastic slings, ring slings, pouch slings with
adjustable buttons, zippers, or snaps, mesh slings, custom made slings, baby carriers and mei tais, are all tools, Each one is rooted in something that goes beyond the object itself, whether this handy and  colorful item was passed down through generations, donated by a friend or bought on impulse at a store.

It is something very intimate and it has to do with our nature as mammals whose babies are born completely incapable and dependent. Babies carry in their genes the instinct to cling to the body of their mothers. Infant brains continue to grow after birth, tripling in size in the first year, and need to be enriched by the stimuli from the outside world. Babies who breastfeed take in a milk that has specific characteristics and is so easy to digest so that the baby eats several times during the day and thus keeps in them in physical contact with their mothers.

This  then is a way that baby wearing is a primary response to the specific needs of a newborn. As Grace De Fiore writes in his wonderful book "Portare i Bambini" there are many reasons to "wear" our little guy.

We can offer the child the basic conditions they need: contact, warmth, protection, nourishment.
We can reduce crying due to the proximity to the mother's body, her smell, the beating of her heart, each of which reassure the child.
We can promote the baby's growth because, even for us adults our bodies best respond to external stimuli.
We can offer a correct positioning of the pelvis and hips which is also of help if the baby suffers from frequent regurgitation.
We can guarantee our babies a greater amount of sensory input for the basic structure of his growing brain, stimulating their communication skills through participation with the constant and repeated experiences of the mother and the people around her. A child who carried in the arms of an adult is really present in the actions and interactions in the environment that surrounds them.
We can offer security and a means of mobility a bit farther away from the exhaust from cars and buses, especially for those who live in a big city.
We can strengthen the self esteem of the child because a child feels heard in his demands and tends to develop an attitude of trust towards the people and environment around him.
And for us moms?
For us it is very convenient, because we are left with two free hands again, it's cheap, it restores confidence in ourselves, because we feel we are able to meet the needs of our wee ones, it helps us improve communication and our ability to listen to our child, especially during weaning.

"Nine months in the womb, nine months on the belly" said our grandmothers, who knew a lot about life. A phrase that has in itself a simple truth and reminds us that, in a society like ours which is still extolling separation and segregation as an enviable parenting model, there are certain phases of life for which nature has rules that are not to be ignoredA colorful hug, the smell of our babies that is like a kiss, fills for us moms that void created by that first cutting of the cord that actually binds us indissolubly for life.

And for dads it can be the priceless pleasure of enjoying that intimate closeness that nature has denied them for the first nine months, that contact is now possible on your chest, heart against heart.

Lara, a baby wearing mom.

[it]

Sono Lara, mamma di Fiore, quasi 10 mesi.

Ho comprato la prima fascia che avevo ancora il pancione. Non so bene perché... istinto di mamma. Ricordo ancora sorridendo i miei buffi tentativi davanti al video con quella fascia che inevitabilmente faceva un giro in meno.

Ho portato la fascia con me in ospedale perchè era leggera e occupava poco spazio in valigia. Poi ho scoperto che mi dava sicurezza, mi sembrava di capire meglio la mia piccola, come se fosse ancora nella pancia.

Ho avvolto la mia bimba nella fascia perchè piangeva e non mi veniva in mente un altro modo per calmarla se non stringerla a me. Poi ho scoperto che così lei smetteva sempre di piangere.

Ho indossato la fascia perchè volevo avere le mani libere. Poi ho scoperto che alla mia cucciola piaceva tanto dormire lì dentro.

Ho scelto di usare la fascia perchè dovevo spostarmi da casa con i mezzi di trasporto pubblici. Poi ho scoperto che la fascia era proprio il miglior mezzo di trasporto.

Ho indossato la fascia perchè andavo a cena da amici. Poi ho scoperto che così avvolta poteva mangiare anche lei dal mio seno, senza che io dovessi neanche per un momento alzarmi dalla tavola.

Ho cullato la mia bimba addormentata nella fascia, con un libro per me tra le mani. Così ho scoperto che quello che avevo provato per rispondere ai nostri bisogni (miei e di Fiore) era tutto scritto. Che tutti i benefici del portare i bambini hanno prove scientifiche, che il metodo canguro è addirittura usato come terapia negli ospedali per i nati prematuri.


Fascia lunga, corta, elastica, ad anelli, regolabile con bottoni, a pressione o cerniere, a rete, fatta su misura e ancora marsupi, mei tai o zaini, sono molti gli strumenti per portare, ma tutti affondano le radici in qualcosa che va al di là dell'oggetto in sé, sia questo comodo, colorato, tramandato da generazioni, regalato da un'amica o comprato d'impulso in un negozio.

Si tratta di qualcosa di più intimo che ha a che fare con la nostra natura di mammiferi i cui cuccioli nascono del tutto incapaci e dipendenti. Piccoli che portano nei geni l'istinto di aggrapparsi con le manine al corpo della mamma, neonati il cui cervello continua a crescere dopo la nascita fino ad arrivare a triplicarsi nel primo anno di vita e che necessita per arricchirsi degli stimoli che gli vendono dal mondo esterno, bimbi che si nutrono da noi di un latte che ha caratteristiche specifiche e che è così facilmente digeribile proprio perchè il neonato possa prenderne più volte durante il giorno e in questo modo restare in contatto e per lungo tempo con la mamma.

Ecco allora che il portare diventa innanzi tutto una risposta ad esigenze specifiche del neonato. Come scrive Grazia De Fiore nel suo bellissimo libro “Portare i bambini” sono molti i motivi per portare il nostro piccolo.

  • Possiamo offrire al neonato le condizioni fondamentali di cui ha bisogno: contatto, calore, protezione, nutrimento.
  • Possiamo ridurre il suo pianto perchè la vicinanza con il corpo della mamma, il suo odore, il battito del suo cuore, rassicura il piccolo.
  • Possiamo favorire la sua crescita perchè, come per noi adulti, in condizioni di maggior serenità il nostro organismo risponde meglio agli stimoli esterni.
  • Possiamo offrirgli una corretta postura del bacino e delle anche e aiutarlo nel caso il piccolo soffra di frequenti rigurgiti.
  • Possiamo garantirgli una maggiore quantità di stimoli sensoriali fondamentali per la strutturazione del suo cervello in crescita, stimolare la sua capacità di comunicazione grazie alla partecipazione costante e ripetuta con le esperienze della mamma e delle persone che la circondano. Un bambino portato in braccio è realmente presente alle azioni e alle interazioni nell'ambiente che lo circonda.
  • Possiamo offrirgli sicurezza e un mezzo di trasporto un poco più lontano dai tubi di scarico delle automobili, soprattutto se viviamo in una grande città.
  • Possiamo rinforzare l'autostima del bambino perchè un bambino che si sente ascoltato nelle sue richieste tende a sviluppare un atteggiamento di fiducia verso le persone e l'ambiente che lo circonda.

E per noi mamme?

  • Per noi è molto comodo, perchè ci ritroviamo con le mani di nuovo libere, è economico, ci ridà fiducia in noi stesse, perchè sentiamo di soddisfare i bisogni del nostro piccolo, ci aiuta a migliorare la comunicazione e l'ascolto del nostro bimbo, in particolare nella fase di avvio dell'allattamento.


“Nove mesi nella pancia, nove mesi sulla pancia” dicevano le nostre nonne, che la sapevano lunga sulle cose della vita. Una frase che ha in sé la verità delle cose semplici e che ci ricorda, in una società quale è la nostra che ancora propone il distacco e la separazione come modello da perseguire, che ci sono fasi della vita alle quali la natura stessa chiede un tempo che non è possibile saltare. Un abbraccio colorato, il profumo del nostro piccolo che così è sempre a portata di bacio, riempie noi mamme di quel vuoto creato da quel primo distacco, dal taglio di quel cordone che in realtà ci legherà indissolubilmente per tutta la vita.

E per i papà può essere l'impagabile piacere di godere di quella vicinanza così intima che natura ha negato loro nei primi nove mesi, quel contatto che è ora possibile sulla pancia, cuore contro cuore.


Lara, una mamma che porta